23/03/11

Il sospirato Brunello con una sorpresa

Pulizie di primavera e anche la nostra Home Page s'aggiorna: il tema è il Brunello di Montalcino D.O.C.G., un cult wine di cui in genere si parla più di quanto lo si assaggi. Ci tiene compagnia l'enogastronomo Romolo Cacciatori, titolare del sito www.cacciatori.org. Abbiamo stappato le bottiglie per tempo, eppure nei casi più interessanti il vino continuerà ad evolversi utilmente anche quando saremo oramai passati alla conversazione conviviale.

I primi tre campioni, della vendemmia 2005, sono giovani secondo il metro di un vino longevo e le regole sotto riportate della D.O.C.G. Rompe il ghiaccio l'Argiano: la tenuta, che dà vino dal 1580, deve il nome all'ara Jani, l'altare di Giano d'età romana qui lungamente ricercato dagli studiosi. Oggi ne regge le sorti con personalità la contessa Noemi Marone Cinzano. Siamo a San'Angelo in Colle, il versante di Montalcino sulla strada che conduce a Grosseto. Ci ha convinto, sia per la sua qualità intrinseca unita a carattere, sia per il ragionevolissimo prezzo a cui offre emozioni non superficiali. All'occhio è un rubino che accenna appena all'aranciato. Annusi e alla frutta nera di macchia seguono sensazioni verdi di sedano e di finocchio selvatico. Arrivano quindi il cocco, la pelle, la canfora e il sandalo. Intenso e persistente, conferma in bocca il complesso corredo aromatico. Ha una bella freschezza, tenuta a bada dalla contenuta astringenza di un tannino in ogni caso dolce. Il finale è lungo e gli pronostichiamo una significativa tenuta negli anni.

Gli altri due 2005 ci portano al Podere Fiesole dell'azienda Casanova di Neri, a pochi chilometri dall'uscita della Cassia. Qui alla tradizione si è preferita l'innovazione, con un occhio al cosiddetto "gusto internazionale".
Il Brunello di Montalcino d'ingresso è appunto così, nel bene e nel male. Il colore è un rubino con qualche riflesso violaceo. I profumi sono intensi e abbastanza persistenti di frutta rossa e d'erbe amare, con un impatto etereo che pizzica le narici e ricorda la generosa gradazione alcolica. Un po' meno fresco del precedente, ha in ogni caso acidità quanta basta; semmai avverti un po' di più il tannino. Piaccia o non piaccia la tipologia, è uno di quei vini espliciti, che quanto hanno da dire l'esprimono da subito.

Il fratello maggiore, il Tenuta Nuova (c'è anche, in realtà, una Riserva Cerretalto), ha senz'altro maggiore complessità, anzi, rispetto a qualche perplessità iniziale, ci ha convinti arieggiandolo e riassaggiandolo, È d'un franco rubino con appena un accenno d'aranciato. All'olfatto trovi non solo un sentore più intenso di frutta rossa, ma si articola anche meglio con la ciliegia, il lampone, la mora di rovo e qualche erba officinale. L'etereo qui punge meno per la maggiore struttura e l'equilibrio generale. La sorsata è fresca e il tannino da legno, morbido ed elegante, s'avverte ma ci sta a proposito.

Scaliamo ora alla vendemmia 2003, in cui il caldo ha in genere penalizzato la componente aromatica, che ha virato al "cotto", e l'acidità e nondimeno chi sa il fatto suo se l'è cavata con decoro. La Tenuta San Giorgio, nella frazione di Montalcino Castelnuovo dell'Abate, vuol dire Guido Folonari, d'una casata enoica storica. Il suo Ugolforte presenta un granato un po' scarico, a ricordarci che il Sangiovese grosso, di cui il Brunello è un clone, è un'uva che non abbonda di polifenoli. Il frutto, penalizzato dall'annata arida, ha lasciato spazio ad un'articolata gamma di sensazioni evolute ed intriganti, in cui s'avvicendo – per dire – il tabacco, il cuoio, la salamoia. La sorsata è ben equilibrata e la persistenza aromatica intensa è rispettabile.

Chiudiamo con due Brunello con gli anni giusti per giustificare la reputazione che circonda questo figlio della terra senese: quindici anni e rotti, sono infatti del 1995. Il Fornacina Riserva, dell'omonimo podere, è l'unico in degustazione della tipologia, che comporta un ulteriore anno di maturazione prima dell'immissione in commercio. La migliore selezione della materia prima c'è tutta in questo vino piacevolmente ammattonato. Troviamo ancora la frutta di bosco, ma siamo ormai alla composta, mentre gli aromi terziari conquistano il campo e ce n'è per tutti: salamoia, catrame (il goudron dei francesi), l'inchiostro, l'anice stellato, oltre a un che d'insaccato assai stagionato, che cogli nel prolungato finale. In bocca è rotondo e di distingue per l'estrema piacevolezza.

Chiudiamo alla grande con l'Ugolaia di Lisini e il nostro piccolo tour ci riporta – guarda il caso! – proprio a Sant'Angelo in Colle, donde eravamo partiti. Senza nulla togliere alla piacevole piccola frutta di bosco stramatura, gli aromi intensi e persistenti sono il trionfo dell'evoluzione e rischi di perderti. Diciamo catrame, rabarbaro, liquirizia, caramella d'orzo, tabacco scuro, caffè, un pizzico di etereo da invecchiamento, che ci vuole, sensazioni animalesche di penna e di pelo, sentori rustici di botte vissuta ma sana, eppure non tutto e non necessariamente nell'ordine. Ogni volta che annusi, ogni sorsata che fai, si seguono i ritorni e s'aggiunge dell'altro e quanto alla persistenza aromatica intensa ti stanchi di contare. La sintesi, ça va sans dire, è una maturità senza accenni di cedimento, sorretta da un invidiabile equilibrio.

Venendo, infine, com'è nostra abitudine, ad un suggerimento per l'abbinamento in tavola, scontati i canonici mariages che riportiamo nel riquadro sottostante, abbiamo deciso di arrischiare un pesce grasso: un salmone brasato nel Brunello di Montalcino, con cipolla, carota, sedano, timo, alloro e prezzemolo, il tutto condito con burro. L'esperienza si è rivelata stimolante e i commensali hanno concordato nella scelta dell'Argiano, che è apparso avere le caratteristiche idonee. Chi volesse imitarci faccia tesoro delle nostre osservazioni, tese ad ottimizzare l'incontro. Ricordate che il salmone d'allevamento, più reperibile suo fratello selvaggio, è assai grasso di suo ed ha una tendenza dolce esasperata. È il caso, quindi, di scottare in precedenza i tranci di pesce in padella con pochissimo extravergine piuttosto che con burro, sgrondandoli prima di unirli agli altri ingredienti. Nel brasare poi la portata evitate di eccedere con il burro, perché il salmone cederà alle verdure il suo grasso.

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