22/04/12

Selvatico o elegante ma pur sempre Borgogna

Attendevamo con una certa curiosità l’occasione di degustare i vini del progetto Finage -Appellazioni e Vignerons Ancestrali di Borgogna, di cui diciamo in dettaglio nel box “Conoscere per capire” di questa Home Page, sia per gli obiettivi ambiziosi che persegue, sia perché in casa Selectus la regione in questione è particolarmente amata.

C’erano le premesse, tipicamente connesse alle grandi aspettative, per uscirne con qualche elemento di delusione o, almeno, di non piena soddisfazione. Invece no: se prima ci appassionava l’idea in sé di racchiudere nel ristretto spazio di una scatola da dodici bottiglie un esauriente spaccato dei variati terroir della Borgogna, impresa decisamente ardua, la degustazione ci ha convinto appieno, facendoci scoprire un tessuto di piccole aziende familiari radicate sul territorio che lo interpretano con chiarezza d’idee e risultati sorprendenti.

Il nostro viaggio-degustazione parte appena sotto Digione, inoltrandosi nella Côte des Nuits, una delle due grandi aree in cui s’articola la Côte d’Or, l’eccellenza della Borgogna. I vini, come meglio spiegato a parte, appartengono alla tipologia village e di ciascuno daremo il finage, ossia la denominazione territoriale, il produttore e l’annata. Ad eccezione dei due che evidenzieremo, sono rossi da uva Pinot noir.

I primi sorsi toccano ad un Marsannay Domaine Olivier Guyot  e ad un Fixin Domaine Armelle et Jean Michelle Molin, ambedue del 2009. Hanno in comune lo stagliarsi della frutta e dei fiori rossi in primo piano, esibiti con linearità e pulizia in un approccio accessibile anche per quanti hanno pratica solo dei Pinot neri italiani: del resto Marsannay è l’unica AOC di Borgogna che prevede anche un rosé d’antica tradizione. Nel Molin la frutta appare un po’ più matura con prevalenza della ciliegia sullo stesso ribes nero varietale, i fiori si fanno un po’ più marcati, come del resto il corpo ed i tannini.
Anche per i vini successivi, il Gevrey-Chambertin Domaine Tortochot e il Morey-Saint Dénis Domaine Stéphane Magnien, due vendemmie 2010, possiamo fare delle considerazioni comuni. Sono due Pinot neri complessi, alquanto maschi e selvatici, tannici, colorati per quanto ovviamente il vitigno lo consente, ferrigni. Ci trovi sentori forti e maturi: innanzitutto il sottobosco con in primo piano il ribes nero e poi note terziarie di scuderie, dal cuoio delle selle alla stalla, d’incenso, di ambienti scuri e chiusi. Il Gevrey-Chambertin in particolare ha quasi un piglio da atmosfere gotiche: non è per palati facili, ma te ne puoi innamorare. Austero, regge ottimamente gli anni. Il Morey-Saint Dénis stempera appena queste note forti a favore di una maggiore finezza ed equilibrio, ma ne conserva il fascino antico.
Passiamo a Chambolle-Musigny con il Domaine François Berthaut 2010 (nella foto a sinistra il produttore): è una denominazione caratterizzata da un notevole equilibrio e che riesce a coniugare in maniera sorprendente l’importante struttura con un approccio friendly, che non taglia fuori i meno esperti. La minuta frutta di bosco, in particolare la fragolina, si fa più maturo, accattivante e rotondo, che nei casi precedenti, tra i fiori avverti la viola e la beva è decisamente confortevole.
Il Vosne-Romanée Domaine Georges Noëllat e il Nuits-Saint Georges Domaine Chévillon-Chezeaux, ancora due 2010, si raccomandano per l’estrema finezza, soprattutto il Vosne-Romanée che potremmo definire esemplare da questo punto di vista. Il ribes e l’altra minuta frutta rossa e fiori d’analogo colore e anche le cadenze più complesse ed evolute di cuoio e simili, che abbiamo in altri casi visto assumere un piglio deciso e un po’ ruvido, qui si compongono in un’innata eleganza. È l’understatement della classe più autentica che, soprattutto nel Nuits-Saint Georges, gli potrà consentire di evolvere rimanendo perfettamente coerente alla sua cifra stilistica.  
Col Pernand-Vergelesses Domaine Gabriel Muskovac ed il Ladoix Domaine Damien Jacob, tutti e due del 2009, entriamo nella Côte de Beaune: qui incontriamo gli unici due bianchi da uve Chardonnay. Sono entrambi vini di apprezzabile finezza, dove il frutto avvertibile ha un che selvatico che, unitamente alla mineralità, marca più il terroir che il vitigno. Il primo più strutturato e corposo, il secondo un po’ più giocato sull’eleganza di profumi dolci che alla frutta, anche esotica, aggiungono i fiori ed un’intrigante cadenza di lievito, quasi di crosta di formaggio.
In mezzo tra i due finage appena visti, l’Aloxe-Corton ospita un Pinot nero di marcata personalità, complesso, concentrato, polifenolico, con un ribes nero evoluto fino alla gelatina, e note di ferro che innervano questo terreno calcareo: il Domaine Follin-Arbelet 2010, però, non era ancora imbottigliato al momento della nostra degustazione e viene distribuito proprio nei giorni in cui pubblichiamo le nostre annotazioni. Peccato perché, l’avrete capito, sono Bourgogne congeniali al gusto Selectus.
Chiudiamo con uno Chorey-Les Beaune Domaine François Gay 2009 e con un Savigny-Les Beaune Domaine Michel et Joanna Ecard 2010. Sono vini di buona struttura e tannici, con un frutto ben stagliato e saporito, più concentrato il primo e con l’inserimento di qualche nota eterea,  più estroverso e articolato il secondo, e tutto sommato possono costituire un interessante compromesso tra i prodotti più strutturati, complessi e difficili della nostra degustazione e quelli giocati sull’eleganza. Sono in sintesi vini – il secondo soprattutto – che possono raccomandarsi anche a chi non è addentro al nostro tema. Annotiamo con piacere che, pur essendo un meno costoso village, il Savigny-Les Beaune assaggiato ci ha dato maggiori soddisfazioni di un ben più oneroso premier cru dello stesso finage che avevamo avuto modo di degustare non molto tempo addietro.

Stilando un bilancio dell’esperienza, ci sentiamo di affermare che ogni vino, ogni finage di quest’accattivante raccolta merita la nostra attenzione, di essere rivisitato e capito e mette in moto emozioni che attingono il profondo: il che, trattandosi di bottiglie – l’abbiamo più volte ricordato – che vanno sotto la denominazione village, che potremmo definire “d’ingresso” nella gamma di qualità, non è poco.

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