24/04/15

Selvatico o elegante ma pur sempre Borgogna: atto secondo

Tre anni fa abbiamo tenuto, si può dire a battesimo il progetto Finage -Appellazioni e Vignerons Ancestrali di Borgogna, ampiamente illustrato nel box “Conoscere per capire” sempre in questa Home Page. Oggi è una realtà, oramai collaudata e a regime, che proponiamo all’attenzione di quanti credono come noi che non siano indispensabili una gradazione esagerata e una struttura potente per un vino di razza e la nobiltà antica dei Pinot Noir e degli Chardonnay borgognoni è fuori discussione.
Attendevamo l’occasione, dopo aver più volte riproposto in questi anni i finages settentrionali della cosiddetta Côte d’Or, ossia la Côte des Nuits e la cosiddetta Île de Corton, patria pressoché esclusiva di affascinanti rossi, per ripartire da Beaune e completare il viaggio a sud con una più equilibrata presenza di bianchi di assoluta eccellenza sulla scena mondiale.
Ci è sembrato interessante sfatare l’idea che un tema di tanto spessore possa essere apprezzato, almeno nelle sue linee essenziali, solo alla luce di una solida formazione ed abbiamo degustato i dodici vini di altrettanti finages con un’eterogenea compagnia che riuniva assaggiatori professionali e non di diverse “scuole” associative, appassionati scaltriti dall’esperienza ma anche alle prime armi e però attenti e curiosi.  Nelle note che riportiamo abbiamo volutamente integrato le loro osservazioni alle nostre per fornire un quadro più articolato e stimolante. Ci ha accolti nella circostanza il Company di Vicenza, vicino al casello di Vicenza Est, che ci ha anche coccolati con i godibili paccheri al ragù di pesce e gamberone ed una sontuosa zuppa di pesce: era, infatti, una serata che esaltava uno dei migliori terroir per lo Chardonnay.
In generale il millesimo dei vini in degustazione è il 2010: se per i rossi non c’è questione, per i bianchi si tratta un piccolo choc per molti nostri connazionali che smaniano perché qualche 2014 non è ancora sul mercato, ma credeteci gli anni passati ci vogliono tutti.
I primi quattro campioni sono rossi. Muoviamo da Beaune, il capoluogo, con il Premier Cru "Cent Vignes" del Domaine Albert Morot. L’impatto olfattivo è decisamente varietale di ribes nero: dapprima più composto, roteando il bicchiere vira verso una nota francamente fresca e croccante. La beva morbida ma non esente dalla giusta acidità lo rende proponibile anche per un wine bar, eppure non mancano complessità con note di ferro, vegetali di sedano e nel finale di tabacco, unitamente ad un’apprezzabile persistenza aromatica intensa. La tradizione degli smaliziati négociants di cui l’attuale titolare del Domaine è l’erede c’è tutta.
Più denso di frutto e muscoloso è il Pommard del Domaine Philippe Bergeret.  Questo vigneron, collaboratore anche dello storico Hospice de Beaune, esalta le potenzialità della combe, il cono di deiezione dove sorgono le vigne, che insolitamente dà il meglio in basso e in piano, con una ventilazione che favorisce uve sane, ritarda la maturazione e salvaguarda l’acidità.  Un certo che di ridotto iniziale è coerente con una complessità che vede un cassis – il nostro ribes nero – già polputo farsi ancor più ricco e maturo, mentre si fanno avanti note animali, di cuoio, carne secca e sangue di selvatici, e vegetali di fiori secchi, pepe nero e sandalo. Acidità e tannino non difettano e aprono ad ulteriori positive evoluzioni per un vino cui non manca la personalità.
Pare impossibile, ma Volnay, appena sotto, col Premier Cru "La Robardelle" del Domaine Georges Glantenay & Fils ci propone una finezza che taluno definisce “femminile”. Il terreno in questo piccolo finage è assai diverso: un calcare bianco che ricorda per certi versi il Corton Charlemagne, con esposizione al mattino ed una protezione totale dai venti. Qui tutto è da subito all’insegna dell’equilibrio: dal frutto maturo quanto basta con qualche fiore rosso, alla giusta acidità ed alla moderata tannicità che ne fanno un vino morbido, con una notevole stabilità di sensazioni anche sostando il vino nel bicchiere. Riserviamo una nota alla piacevole nota minerale, con cadenze di pietra focaia e polvere da sparo.
Chiude l’iniziale batteria di rossi il Monthélie del Domaine de Suremain. Siamo in una gola e si producono vini di buon carattere, fermezza e tenuta, seppure non eleganti come a Volnay, né strutturati e pieni come a Pommard. Il colore è carico per un vitigno povero di polifenoli e un che di violaceo nell’unghia ci anticipa il frutto fresco e croccante che troveremo al naso e in bocca, con l’aggiunta di sensazioni d’erbe officinali e balsamiche (liquirizia e menta in particolare) e di pepe bianco.
Il finage di Auxey-Duresses, col Premier Cru "La Val" del Domaine Roy apre la porta alla cosiddetta “Borgogna bianca”, una carrellata di Chardonnay decisamente segnati dal terroir, che è poi l’approccio francese ad un vitigno come pochi altrove omologato da un certo stile che per voler essere “internazionale” sacrifica la personalità.
Ritroviamo un interessante calcare ed argille bianche che certo danno consistenza ed austerità al nostro bianco, ma vogliono anche pazienza e che il tempo lavori per noi.
Lo porti al naso ed avverti il burro e la crème caramel e poi fiori a petalo bianco e giallo carnoso, peraltro con sfumature non banali, e in seconda battuta la pièrre à fusil. In bocca s’aggiunge un che di mela cotta e qualche accenno di timo e di resina. Al corpo rispettabile s’accompagna una freschezza pronunciata e citrina.
St. Romain gode di un paesaggio boschivo che non a caso ne fa l’ubicazione ideale per celebrate tonnelleries. Il terreno e calcareo e l’uva fatica a maturare. Ciò favorisce profumi “verdi” e intensi. Nel caso del nostro Domaine Père Germain è la banana, ma non mancano note officinali (dragoncello) e vanigliate di pasticceria. La struttura tendente al magro, una certa mineralità e la confortevole acidità rendono la beva sciolta e gradevole.
Ben diverso è il quadro spostandoci tra le vigne di Mersault: in particolare il "Les Tillets", il bianco village del Domaine Bernard-Bonin, con un’esposizione a sud est e un millefoglie di calcare sedimentatosi per gravità lungo la combe che le radici vanno a cercare in profondità, garantisce uno Chardonnay opulento  e grasso, pur senza rinunciare alla mineralità.
Intenso di frutti e fiori carnali, di crème caramel e burro, che si fa salato alla bocca, ha una struttura ricca sorretta da un’adeguata acidità; sebbene, quindi, la glicerina non difetti non ostacola la bevibilità del vino. Ci piacciono le note di tostato e di fumé perché equilibate: non manca la spezia, il pepe bianco soprattutto, e la persistenza aromatica è di tutto rispetto.
È la preparazione adeguata per affrontare un terroir di assoluta eccellenza: Puligny-Montrachet. Il meglio dei diversi mondi dei bianchi borgognoni coniuga eleganza e potenza, complessità e al tempo stesso una piacevolezza non riservata ai soli iniziati.
Il village del Domaine Jean-Luis Chavy, cioè d’una storica dinastia del finage, è fruttato e assieme minerale, con un corpo ragguardevole eppure rotondo, un tannino avvertibile e una godibile acidità che agevolano il sorso. Deglutisci e non finisce mai e al fondo avverti un’insinuante evocazione aromatica di zucchero filato. È una bottiglia che non si dimentica.
Saint-Aubin oramai è per tre quarti orientato alla produzione di bianchi, in cui meglio si difende dall’offensiva degli ingombranti finages confinanti da cui solo recentemente riesce a smarcarsi. È una delle aree più variate e il climat "La Traversaine" del Domaine Jean-Jacques Morel, verso la montagna ed esposto pienamente a mezzogiorno, ci svela già al primo impatto il riconoscimento tipico di questa terra: una franca e fine mandorla pelata. L’accompagna un corredo articolato d’erbe aromatiche con note balsamiche. Non mancano fiori e frutta fresca bianca ed una confortevole freschezza, sorretti da un corpo medio ma adeguato ed una mineralità tipica del terroir borgognone. Nel finale affiora un che di bon bon e di miele.
Last but not least tra i bianchi della Côte de Beaune, ci aspetta ora lo Chassagne-Montrachet, che condivide col  Puligny-Montrachet appunto il privilegio d’ospitare il Grand Cru Montrachet: una leggenda enoica. Se non manca qui un terroir che ricorda la Côte des Nuits, con argille congeniali al Pinot Noir, lo Chardonnay ha una solida reputazione, anche per un’attitudine marcata all’invecchiamento. È, come qualcuno dice assai opportunamente, «un vino rosso vestito di bianco». Il village del Domaine Jean-Marc Morey ricorda nel nome i sassi che popolano il vigneto e che ritroviamo nello scheletro solido del vino. La potenza è addomesticata dal ricco corredo di glicerina e per il resto di tutto e di più: è quanto mai complesso ed evolve lungamente nel cavo orale come nel bicchiere. Se non mancano molti riferimenti comuni al vicino orientale di Puligny ci piace in questo caso insistere sulle preziose sensazioni terziarie di pelle conciata, di tostato e d’affumicato, che non scadono mai nell’eccessivo e nel furbesco come in prodotti che vorrebbero scimmiottarlo. Non devi faticare a conquistare uno Chassagne Montrachet: ci pensa lui a conquistarti.
Con Santenay riecco i rossi: il Domaine Michel Clair et Fille ci accoglie col suo "Champs Claude", un Pinot Noir solido da terreni esposti a sud, con un frutto di ribes in bella evidenza e sullo sfondo una struttura equilibrata, semmai con una tannicità e soprattutto una freschezza che aprono ad ulteriori positive evoluzioni: del resto è proprio una vocazione di questo finage. È un vino d’una buona leggibilità senza essere banale e non manca, a livello di aromi di bocca terziari una gradita sensazione di pelle conciata.  
Chi ama però il frutto di sottobosco e in innanzitutto il riconoscimento varietale del ribes nero, netto e stagliato in modo esplicito, è attratto dal Maranges: bevibilità, tannicità che garantisce un futuro ma non disturba in giovinezza, colore quanto ne può dare un’uva un po’ scarica, tutto per convincere anche l’inesperto che un Borgogna non è qualitativamente da meno d’un Bordeaux ma assai più friendly per dirla come usa oggi. Quello del Domaine Rouges Queues, che occupa una terra calcarea nel lembo estremo meridionale della Côte de Beaune, è da questo punto di vista tipico. La frutta che cerchiamo c’è tutta: è intensa e si concede, mentre il corpo medio e il tannino gradevole rimandano ad un insieme equilibrato, che invoglia ad un nuovo sorso. Forse è per questo che Maranges è un’ottima prima scelta per approcciarsi al Borgogna rosso, specie nel caso non si sia guidati nella scoperta da adeguate conoscenze.

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