21/03/16

Il vignaiolo filosofo e la sua terra

Prima e dopo Mario Schiopetto

«Il vignaiolo filosofo»: è così che Burton Anderson con due parole ci fa capire la modernità di Mario Schiopetto e perché abbia rivoluzionato la storia enologica del Collio, facendone una delle terre da vino d’eccellenza sulla scena internazionale, a partire dai 16 ettari inizialmente condotti in affitto e poi acquistati nel 1989 dall’Arcivescovado di Gorizia a Spessa di Capriva. «Mario Schiopetto che, alla sua maniera discreta, è stato il primo a rendere elegante il Collio» – è sempre Anderson che parla – soprattutto con un Pinot Bianco per il quale vi rinviamo alle note di degustazione nel box superiore sinistro, nasce nel 1930 figlio dell’apprezzato oste dell’udinese “Ai Pompieri” e nel 1965 affronta la scelta di farsi vignaiolo, interrogandosi sulle cosiddette “ragioni prime” come appunto fanno i filosofi.

Tutto, dalla vigna-giardino, che nasce quando affida le viti a Sirch e Simonit, iniziatori del gruppo dei Preparatori d’Uva, alla cantina, in cui rivela una «pazienza quasi stoica», è pensato calando nel territorio le esperienze dei suoi numerosi viaggi e coniugando la visione francese del vino con la maturità tecnologica dei tedeschi.

È rivoluzionaria, al tempo, la scelta d’anticipare la vendemmia rispetto alla tradizione, lasciandosi guidare dalla maturazione ottimale delle uve , e peraltro aspettare, anche per i bianchi, che il tempo stabilizzi e complessi il vino, evitando che l’ansia di consegnarli al mercato vanifichi la certosina ricerca della qualità che il terroir goriziano sa esprimere.

Negli anni, all'originario cru di Capriva, coltivato a Friulano, Pinot Bianco, Malvasia, Sauvignon, Pinot Grigio, Ribolla Gialla, si sono aggiunti quelli di Zegla (Friulano e Sauvignon) e Pradis (Friulano e Pinot Bianco), sempre nel Collio, ed Oleis nei vicini Colli Orientali (Merlot, Refosco, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Sauvignon e Pinot Grigio.

Oggi l’avventura continua con l’acquisto da parte di Emilio Rotolo di Volpe Pasini (nella foto qui sopra col figlio Francesco), azienda top dei Colli Orientali, che l’ha affidata ai figli Francesco ed Alessandro, coadiuvati da Lorenzo Landi. Maria Angela Schiopetto, presidente onorario dell’Azienda di Capriva che manterrà il proprio brand, coi fratelli Giorgio e Carlo (i tre  nella foto qui a fianco) garantiscono comunque la continuità, sulla quale Emilio Rotolo è stato chiaro da subito.

Il Collio goriziano

Vediamolo, allora, questo Collio di cui Mario ha saputo leggere ogni piega fino ad esprimerne vocazioni un tempo insospettate; questa terra dove i bianchi fanno la parte del leone ben più che nei vicini Colli Orientali, dove pure sovrastano i rossi.

Da Gorizia verso il confine fino a Cormons ad ovest e Dolegna a nord, l’area di cui ci occupiamo in realtà ha condizioni pedologiche alquanto simili ai Colli Orientali. Risalgono all’Eocene i terreni sassosi e dalle caratteristiche sfumature ambra e ocra. I migliori vigneti crescono sul cosiddetto flysh, formato da strati di marna e arenaria ricchi di calcio per i fossili qui lasciati dall’antico mare preistorico: più compatto a Cormons, più friabile a Stregna. Questo terreno facile da lavorare, ma soggetto a smottamenti con la necessità di costosi terrazzamenti, è per la gente del posto la ponca, così come le terrazze, in genere esposte a sud, sono i ronchi dal dialettale ronc, termine che spesso introduce i numerosi cru.

Il clima, fatto tara del generale innalzamento termico nella Penisola, è temperato dalle brezze che spirano tra le Alpi Giulie e l’Adriatico settentrionale ed assai variabile da un punto all’altro delle colline.

In realtà c'è chi divide il Collio in due fasce a nord e a sud della linea congiungente il Monte Quarin sopra Cormons col Monte Calvario sopra Gorizia.

A nord troviamo depositi calcarei e flysh distribuiti in modo uniforme, quote più elevate tra i 100 e i 200 metri e venti già montani specie da est, pendii umidi e freschi dove le uve maturano più tardi e nei bianchi s’esaltano soprattutto gli aromi primari.

A sud, dove nascono i vini di Schiopetto, i terreni sono più variati, dal flysh di Cormons a sedimenti irregolari di marne, sabbie e quarzo. Le quote vanno tra i 50 e i 120 metri e l’influenza temperata dell’Adriatico è più evidente, sicché le uve germogliano e maturano precocemente e meglio. I bianchi così si fanno più ricchi di sapore e di stoffa ed i rossi presentano corpo ampio e colore deciso.

Tanta varietà moltiplica le opzioni d’impianto e se da un lato spiega come molte varietà autoctone abbiano qui trovato la possibilità di sopravvivere a fianco d’importanti classici internazionali, dall’altro ha reso difficile operare scelte drastiche come in altre patrie del vino di qualità.

Dicevamo che qui la predilezione va decisamente ai bianchi, dagli autoctoni Friulano – il tajut degli anziani o Tocai, prima che un diktat europeo gli cambiasse il nome – e Ribolla gialla agli internazionali Pinot Bianco e Grigio, Chardonnay e Sauvignon, in genere in versione monovitigno, ma con eccezioni che attingono il gotha mondiale. Nondimeno qui troviamo qualche Merlot o altro bordolese che da soli o in blend si difendono con onore, anche se per il Rivarossa Schiopetto ha optato per il cru di Oleis nei confinanti Colli Orientali.

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